DA RUFFIRIUM A MIRABELLO. Mirabello Sannitico è posto a 600 m. sul livello del mare, su un piccolo colle fra due torrenti di cui il principale è il Tappino; è situato nel Molise Centrale, a pochi chilometri dal capoluogo di regione Campobasso. Il comune ha una superficie di 21,45 Km. confina con i comuni di Campobasso e Ferrazzano a Nord., con Cercemaggiore, Cercepiccola e San Giuliano a Sud, con Vinchiaturo ad Ovest e con Gildone ad Est. Il paese è antichissimo, la citazione di Francesco De Sanctis in “Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata”, scritta nel 1741, offre una ipotesi sulle origini del centro abitato di Mirabello presso la località “La Rocca”. In questo posto emerge la cinta muraria sannitica; qui, avvolti da una folta vegetazione, si possono ancora osservare sporadici resti di un insediamento italico consistenti in residui tratti di mura in opera poligonale la cui presenza ha indotto, in passato, ad identificare il sito con la battaglia per l’espugnazione della città di Ruffirium, da parte del luogotenente Quinto Fabio, denominata dagli stessi Romani “Mirum bellum” da cui è stato fatto derivare l’odierno toponimo di Mirabello. Tale identificazione, però, non può essere ritenuta certa fino a che le ricognizioni archeologiche, che si auspica avvengano in tempi brevi, non diano sufficienti risultati per sostenere la tesi. E’ indubbio, tuttavia, che il sito facesse parte di un complesso sistema difensivo caratterizzato da una fitta rete di insediamenti, posti sulle alture, a cui era affidato il controllo dei fondovalle e delle strade di comunicazione. Il nostro sito fu partecipe delle vicende che videro il Sannio impegnato nelle lotte contro Roma che, iniziate nel IV sec. a.C., si conclusero con la definitiva sconfitta dei popoli italici, avvenuta nell’89 a.C. Com’è noto, le conseguenze della capitolazione furono devastanti. Roma si mostrò, per lungo tempo, restia a concedere ai vinti la cittadinanza romana e perseguì lo smantellamento dell’organizzazione dello stato sociale delle popolazioni vinte, promuovendo il sistematico abbandono degli antichi insediamenti e un nuovo sistema di utilizzazione del territorio che avrebbe dovuto favorire l’unificazione dell’Impero. Il territorio veniva suddiviso in distretti amministrativi denominati “municipi”i cui centri propulsori erano le città ubicate vicino alle grandi strade di comunicazione; le aree immediatamente a ridosso di esse vennero suddivise in “centurie” ed assegnate ai soldati che avevano partecipato alle campagne militari, mentre nei territori più distanti venne introdotto il sistema di sfruttamento dei suoli, come il latifondo che, utilizzando manodopera schiavistica spesso reperita fra le popolazioni locali, con le sue colture e la diffusione di ville o di casali rurali, contribuì a trasformare il paesaggio agrario che vide scomparire ampie zone boscose a favore delle nuove tipologie colturali. I confini municipali così stabiliti rimasero invariati fino al periodo delle incursioni barbariche. Le scorrerie barbariche e la guerra greco – gotica (535-553) interessarono anche le nostre contrade. Le incertezze storiche che, però, hanno caratterizzato questo periodo sono da attribuire alle conseguenze dell’occupazione del territorio da parte dei Longobardi (571) e alla introduzione di un nuovo sistema di governo fondato su regole estranee alle popolazioni locali. Secondo il longobardo Paolo Diacono, che intorno all’860 descrisse le gesta della propria gente per volontà del duca di Benevento Romualdo, l’Alta Valle del Biferno e le aree pertinenti agli antichi municipi di Isernia e Sepino furono colonizzate da gente proveniente dalla Bulgaria. Fu istituito il gastaldato e lo stesso Diacono individua nel bulgaro Alzecone il primo gastaldo, il cui compito non era tanto legato al beneficio dei privilegi feudali, ma all’ufficio dell’amministrazione territoriale per conto dei duchi longobardi beneventani. Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, si ebbe un periodo di relativa tranquillità, fino al sopraggiungere delle scorrerie saracene, intensificatesi intorno alla metà del IX secolo. Lo scenario descritto dal Chonicon volturnense non si discosta molto dal paesaggio che, all’epoca, caratterizzava il comprensorio di Mirabello. Qui il territorio era costellato da piccoli insediamenti rurali, detti “casalie”, a cui, spesso, erano attribuite denominazioni derivate dal Santo cui era dedicata la chiesa o qualche simulacro in essi presenti, ( i casali di cui ancora oggi sopravvivono i toponimi sono quelli di S. Giorgio, S. Giacomo, S. Andrea, S. Salvatore, S. Paolo). Lo sviluppo di tutta la zona fu condizionato dalla presenza dei monaci benedettini. Secondo la tradizione, infatti, nel 689 il monaco Deuferio, proveniente dal monastero di S. Pietro Avellana fondò, nella località Monteverde, nei pressi dei resti dell’antico insediamento sannitico, denominato “La Rocca”, un cenobio benedettino dedicato a Santa Maria che, divenuto un valido riferimento religioso, culturale ed economico per le popolazioni della zona, nel 1022 per volontà di un nobile benedettino di nome Tertullo, fu trasformato in un vero e proprio monastero retto da un abate. Di esso rimangono i ruderi della sola chiesa, distrutta, poi, dal terremoto del 1805. Il IX sec., quindi, fu il periodo in cui si manifestò l’esigenza di dover difendere il territorio del gastaldato, munendolo di strutture di avvistamento e di difesa dislocate sulle alture dominanti le vie di accesso da dove era possibile penetrare nelle aree interne con maggiore facilità, come i fondovalle. E’ possibile, perciò, ipotizzare che Mirabello nacque come presidio fortificato con funzioni di controllo e di ostacolo per le eventuali incursioni provenienti dalla valle del Tappino. Una struttura così organizzata dava la possibilità alla popolazione che viveva nei “casalia” sparsi sul territorio, di potersi rifugiare in un luogo sicuro in caso di pericolo. Nel giro di pochi anni, alcuni nuclei familiari preferirono utilizzare l’area interna alla cinta muraria come dimora stabile, per cui in essa fu costruito il primo nucleo abitato e, probabilmente, fu costruito un primo edificio religioso. Iniziò, così, anche per Mirabello quel fenomeno che viene definito “incastellamento”. Il passaggio dall’amministrazione longobarda a quella normanna fu caratterizzato dal potenziamento delle strutture difensive e dalla promozione dello sviluppo demografico dei nuovi domini. Il nuovo impulso dato dai Normanni interessò anche il monastero di S. Maria di Monteverde dove, per volontà dell’abate Luzio, nel 1058, fu costruita una chiesa di più ampie dimensioni e furono realizzati ulteriori ambienti a servizio del complesso religioso. Le fasi di crescita del centro abitato di Mirabello avvennero nello spazio di pochissimi anni, tanto che, già nel 1095, esso è menzionato come entità urbana dipendente dalla Contea normanna di Boiano. Un ruolo determinante per l’evoluzione di queste attività lo ebbero, certamente, i monaci benedettini del monastero di S. Maria di Monteverde fra i cui compiti rientravano anche quelli di sperimentare nuovi e più efficaci metodi per lo sfruttamento dei suoli e, quindi, di utilizzare tecnologie più idonee per la trasformazione dei prodotti. La loro azione, però, non fu limitata alla promozione del lavoro della terra, ma venne estesa anche all’incentivazione della cultura attraverso opere artistiche con particolare riguardo all’architettura. E’ noto, infatti, che l’abate Matteo commissionò al maestro Gualtiero la costruzione di una nuova chiesa, terminata nel 1163, attestata in un’iscrizione che era murata a vista sulla facciata principale. L’edificio fu distrutto definitivamente dal terremoto del 1805; i ruderi permettono, comunque, ancora oggi di leggerne l’impianto originari. La presenza benedettina attiva sul territorio è testimoniata da un atto notarile del 1193 con il quale l’abate Ferulfo effettuò la concessione della metà di un mulino, appartenente alla chiesa di S. Salvatore di Mirabello a due abitanti di Ferrazzano. In un secondo atto notarile, redatto nel 1208, si fa menzione ancora di S. Salvatore, di pertinenza dei cavalieri Templari i quali, a loro volta, lo avevano comprato da Raynoldo di Monte Vairano. Il documento è importante perché fa cenno alla presenza nel nostro territorio dell’ordine monastico – cavalleresco dei Templari che aveva una sua precettoria a Boiano. Il tessuto urbano di Mirabello, nel sec. XII, aveva già assunto l’odierna configurazione. Esso era caratterizzato da una cinta muraria, munita di almeno tre porte di accesso, e da una serie di stradine convergenti, in senso ortogonale, verso la dorsale del colle alla cui sommità erano ubicati gli edifici più significativi del centro: quello fortificato, residenza del feudatario,e la chiesa madre. Di quest’ultima non è possibile stabilire con esattezza la data di costruzione. Essa , però, insieme a quella dedicata a S. Giorgio, posta fuori dall’abitato, è menzionata in un documento risalente al 1241, quando Federico II, adducendo come pretesto il funzionamento di una crociata in Terra Santa, ordinò la confisca dei tesori, custoditi nelle chiese più importanti delle diocesi di Boiano, Isernia, Venafro, Trivento e Guardialfiera. A questo scopo aveva delegato il funzionario regio Giovanni Capuano che, con atto del 20 agosto 1241, alla presenza del vescovo di Boiano Joannes, redasse l’inventario dei beni da confiscare appartenenti alle chiese più ricche della diocesi di Boiano: in questo compaiono le chiese di S. Giorgio e S. Maria di Mirabello. Con la supremazia della casa d’Angiò su quella di Svevia fu ripresa con maggiore vigore la politica di ridimensionamento del potere dei signori locali per rafforzare quello regio, attraverso il frazionamento delle contee in più fondi assegnati ai fedeli sostenitori della corona. La contea di Molise perse, così, la sua unità territoriale e fu frazionata in una miriade di feudi, affidati sia alle corti baronali, sia alle istituzioni religiose .Si ritiene, perciò, che il nostro territorio fu distinto in due feudi: quello di Mirabello, affidato intorno al 1279 di Stefano Belcair, e quello di Monteverde alla comunità Benedettina. Nel 1280, invece, è testimoniata per Mirabello, la la baronia della famiglia dei d’Alemagna, di cui, però, sono sconosciute le imprese. Il sistema di gestione del territorio, non più basato sugli obblighi di vassallaggio nei confronti dei conti di Molise, con l’introduzione delle baronie sollecitò l’esigenza di definire con precisione i limiti dei feudi. In questo periodo sorsero le prime dispute per stabilire i confini tra la comunità di Mirabello e quella di Ferrazzano. Di esse si ha notizia fra il 1300 ed il 1307, nel periodo in cui la baronia di Mirabello era affidata a Riccardo del Busso. Nel 1332 si ha riscontro, quale feudatario di Mirabello, di un certo Giovanni d’Arcuccio che dovette affrontare nuovamente il problema relativo alle dispute con il feudatario di Ferrazzano, Nicolò da Boiano, per la definizione dei confini fra le due comunità. Il sec. XIV si conclude con un evento disastroso per tutta la zona; nel 1394, infatti, un terribile terremoto provocò grossi danni agli abitanti della zona. Agli inizi del sec.XV era feudatario di Mirabello Giambattista Monforte, conte di Campobasso. Durante la sua baronia, il 5 dicembre 1456, si verificò l’evento sismico che più di ogni altro ebbe ripercussioni disastrose nella regione. Di esso, per quanto riguarda Mirabello, non ci sono pervenuti dati circa i danni, ma dal confronto con quelli noti per altri comuni della zona, questi furono di grosse proporzioni. Dall’analisi di alcuni toponimi che caratterizzarono l’abitato, sembra possibile avanzare ipotesi sui disastri provocati dal sisma. Di particolare interesse, al riguardo, è la denominazione di “Inforzi” attribuita alla strada che definisce il lato sud del nucleo urbano. Il toponimo deriva dalla fase di riutilizzazione delle antiche mura, parzialmente crollate nell’occasione, per nuove costruzioni che hanno conservato, in alcuni tratti, tracce delle scarpe pertinenti alle antiche strutture di protezione. Il carattere longitudinale degli edifici che qui fanno da cortina, a cui si contrappongono, in senso ortogonale, quelli posti all’interno del nucleo urbano. Della cinta muraria che, invece, doveva esistere sulla strada Fossi, non si riconosce più nessuna traccia. Morto Giambattista Gambatesa Monforte, nel 1456 gli successe la figlia Certa che era andata in moglie a Giambattista del Balzo. Questi, nel 1468, sostenne una disputa con il barone di Ferrazzano Paolo di Molise, per il possesso del bosco denominato “le Valli” per la quale intervenne anche il re Ferdinando con una richiesta di delucidazioni al fine di conciliare le parti. Successore di Giambattista nella baronia di Mirabello, nel 1545, fu Berardino del Balzo e nel 1550, Giulio del Balzo;lo stesso vendette nel 1564, per 9.000 ducati, ad Andronico di Cavaniglia, figlio di Troiano dei conti di Troia ed Ippolita Carafa dei conti di Ariano. Pochi anni dopo, precisamente nel 1569, Mirabello fu venduta a Gianlorenzo de Allegrettis. In questi anni si distinse il sacerdote Giovanni Antonio Biondo che, nel 1596, assurse alla carica di arciprete della cattedrale di Boiano e di vicario generale di monsignor Carlo Carafa, vescovo della diocesi. Di un certo interesse è la documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Foggia per il periodo compreso fra i secc.XVII e XVIII. Essa è relativa ad eventi e personaggi di Mirabello coinvolti, prevalentemente, in episodi legati alla transumanza ed afferisce sia a contenziosi connessi a tale pratica, sia alla quantità delle greggi transumanti.Abbastanza curioso è un episodio avvenuto nel 1622 che vide protagonisti il barone Annibale de Allegrettis ed altri cittadini di Mirabello contro Porzia Galeota, madre e tutrice di Marcantonio Caracciolo, signore della Terra di Cercepiccola, per la restituzione di alcuni somari che erano stati loro sequestrati. Il 5 giugno 1688 un altro terremoto, che per fortuna non produsse vittime, si abbatte su Mirabello. I danni interessarono i soli edifici in quanto la maggioranza della popolazione era ancora a lavoro nei campi. La loro entità è nota perché gli amministratori dell’epoca: Rocco Lonardo, sindaco, Domenico de Fusco, Libero Garzia e Francesco Caiella, eletti, diedero incarico ai “mastri fabbricatori” Giuseppe Brunetto e Matteo Brunetti di Oratino di valutarne le proporzioni e stimare la spesa occorrente per gli interventi di ripristino, con atto del notaio Giuseppe Pizzoferrato della Terra di S. Marco de Casola, ma rogante in Campobasso, datato 18 agosto 1668. Dalla relatio ad limina del vescovo Agnello Rendina, redatta nel 1712, sappiamo che quell’anno Mirabello contava soltanto 750 abitanti, mentre nel suo territorio erano aperte al culto cinque chiese: l’arcipretale dedicata all’Assunta, S. Rocco, SS.ma Annunziata, della famiglia degli Allegrettis, S. Giorgio e S. Maria di Monteverde. Gli ultimi due edifici religiosi, nell’occasione, furono definiti anche come conventi soppressi. Erano fiorenti, inoltre, la confraternita di S. Sebastiano e l’ospedale di S. Nicola. In questo periodo la baronia di Mirabello dagli Allegrettis passò alla famiglia Brancia che, nel 1735, fu insignita del titolo marchesale sul feudo. Intorno al 1750 esso passò alla famiglia Frangipane che lo detenne fino all’eversione della feudalità. Un dato significativo sull’andamento demografico della popolazione è dato al 1780. In quell’anno, infatti, essa era pari a 1.755 abitanti, ben 1.005 unità in più rispetto al 1712. Il dato lascia alcuni dubbi, non fosse altro perché non si ha la notizia di particolari eventi che avrebbero potuto determinare un incremento demografico tanto consistente. Sta di fatto che proprio verso la fine del sec. XVIII, per mancanza di spazi interni, l’abitato incominciò a espandersi all’esterno della cinta muraria, sulla direttrice che conduceva all’ospedale di S. Nicola ed a Campobasso. L’evento che, però, ha segnato con più incisività la storia di Mirabello è stato il terremoto del 26 luglio 1805. Il sisma interessò, con molti lutti e distruzioni, tutti i comuni del Molise tanto che il re Ferdinando IV, incaricò l’avvocato Gabriele Giannoccoli, di una “ rapida visita d’ispezione e di pronti provvedimenti per tutti quei luoghi delle due Provincie del Contado di Molise e di Principato Ultra, nei quali più che altrove si siano sentiti i funesti effetti del flagello divino”. La Terra di Mirabello fu trovata dal Giannoccoli “interamente distrutta”. Gli abitanti erano riparati nelle campagne, sotto “pagliaie di frasche”, molti erano stati feriti e tra essi lo stesso governatore baronale. Il numero presunto dei morti fu di circa 300, la maggior parte dei quali era ancora sotto le rovine. L’incarico di effettuare la perizia dei lavori da eseguire per la ricostruzione fu affidato all’ingegnere Pietro Venditto, mentre la loro esecuzione fu affidata al governatore, agli amministratori e al parroco del posto. Gli edifici pubblici maggiormente danneggiati furono le chiese. L’arcipretale, dedicata a S. Maria Assunta, fu prontamente ricostruita a cura dell’Università di Mirabello, quella dell’Annunziata fu restaurata dai Frangipane, suoi proprietari e delle altre non ci sono notizie. Solo nel 1850 la chiesa di S. Rocco, sede della confraternita del SS.mo Rosario, fu oggetto di interventi di consolidamento a cura di un privato cittadino Vincenzo Di Lalla. Nel 1876 per la chiesa Madre fu necessario effettuare ulteriori lavori con il contributo dello Stato, che ne trasformarono i caratteri originari attribuendole quelli a tutt’oggi esistenti. Amministrativamente, nel 1799 il comune è compreso nel Dipartimento del Sangro e del Cantone di Riccia. Nel 1807 fa parte del Distretto di Campobasso e viene elevato a Capoluogo di Governo avente alle dipendenze i comuni di Ferrazzano e Vinchiaturo.Nel nuovo assetto territoriale con il R.D. 4 maggio 1811, il comune fa parte del circondario, poi mandamento, di Campobasso. Durante il periodo preunitario, Mirabello vive le vicende storiche ed amministrative di tutti gli altri comuni della Provincia di Contado Molise; nel periodo postunitario la sua storia è connotata, invece, soprattutto alla fine del sec. XIX, da una imponente emigrazione. Nel 1863, con R.D. 22 gennaio 1863, all’antica denominazione fu aggiunta la specificazione “Sannitico”, in conformità al deliberato 24 agosto 1862 del Consiglio Comunale, con il quale si volle differenziare il comune da Mirabello Eclano (Avellino ), Mirabello Impeccari ( Catania ), Mirabello ( Ferrara ) e Mirabello Monferrato (Alessandria ). Il comune dà un notevole contributo umano, alla prima guerra mondiale (1915-1918 ), come si desume dalla lapide murata nel prospetto del Municipio. La salita al potere del fascismo provoca cambiamenti amministrativi e politici di rilievo: è da ricordare, ad esempio, l’aggregazione di Mirabello, Ferrazzano e Oratino a Campobasso, disposta con R.D. n. 822 del 1928. Soltanto a seguito del Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 29 marzo 1947, il comune riacquista la sua autonomia amministrativa. Con delibera del Consiglio Comunale n. 13 del 22. 6. 1991, è stato adottato lo Stemma del comune che ha per simbolo tre frecce impugnate con punte all’insù su campo azzurro; delle frecce, intrecciate con nastro tricolore, una è verticale e due sono posizionate a croce. Il Gonfalone, in drappo giallo, è caricato dello Stemma che, nella metà inferiore, è circondato da un ramo d’alloro e da uno di quercia; una corona muraria sovrasta lo Stemma e, posizionata in alto, si legge la scritta “Comune di Mirabello Sannitico”. DA RUFFIRIUM A MIRABELLO. Mirabello Sannitico è posto a 600 m. sul livello del mare, su un piccolo colle fra due torrenti di cui il principale è il Tappino; è situato nel Molise Centrale, a pochi chilometri dal capoluogo di regione Campobasso. Il comune ha una superficie di 21,45 Km. confina con i comuni di Campobasso e Ferrazzano a Nord., con Cercemaggiore, Cercepiccola e San Giuliano a Sud, con Vinchiaturo ad Ovest e con Gildone ad Est. Il paese è antichissimo, la citazione di Francesco De Sanctis in “Notizie Istoriche di Ferentino nel Sannio al presente la Terra di Ferrazzano in Provincia di Capitanata”, scritta nel 1741, offre una ipotesi sulle origini del centro abitato di Mirabello presso la località “La Rocca”. In questo posto emerge la cinta muraria sannitica; qui, avvolti da una folta vegetazione, si possono ancora osservare sporadici resti di un insediamento italico consistenti in residui tratti di mura in opera poligonale la cui presenza ha indotto, in passato, ad identificare il sito con la battaglia per l’espugnazione della città di Ruffirium, da parte del luogotenente Quinto Fabio, denominata dagli stessi Romani “Mirum bellum” da cui è stato fatto derivare l’odierno toponimo di Mirabello. Tale identificazione, però, non può essere ritenuta certa fino a che le ricognizioni archeologiche, che si auspica avvengano in tempi brevi, non diano sufficienti risultati per sostenere la tesi. E’ indubbio, tuttavia, che il sito facesse parte di un complesso sistema difensivo caratterizzato da una fitta rete di insediamenti, posti sulle alture, a cui era affidato il controllo dei fondovalle e delle strade di comunicazione. Il nostro sito fu partecipe delle vicende che videro il Sannio impegnato nelle lotte contro Roma che, iniziate nel IV sec. a.C., si conclusero con la definitiva sconfitta dei popoli italici, avvenuta nell’89 a.C. Com’è noto, le conseguenze della capitolazione furono devastanti. Roma si mostrò, per lungo tempo, restia a concedere ai vinti la cittadinanza romana e perseguì lo smantellamento dell’organizzazione dello stato sociale delle popolazioni vinte, promuovendo il sistematico abbandono degli antichi insediamenti e un nuovo sistema di utilizzazione del territorio che avrebbe dovuto favorire l’unificazione dell’Impero. Il territorio veniva suddiviso in distretti amministrativi denominati “municipi”i cui centri propulsori erano le città ubicate vicino alle grandi strade di comunicazione; le aree immediatamente a ridosso di esse vennero suddivise in “centurie” ed assegnate ai soldati che avevano partecipato alle campagne militari, mentre nei territori più distanti venne introdotto il sistema di sfruttamento dei suoli, come il latifondo che, utilizzando manodopera schiavistica spesso reperita fra le popolazioni locali, con le sue colture e la diffusione di ville o di casali rurali, contribuì a trasformare il paesaggio agrario che vide scomparire ampie zone boscose a favore delle nuove tipologie colturali. I confini municipali così stabiliti rimasero invariati fino al periodo delle incursioni barbariche. Le scorrerie barbariche e la guerra greco – gotica (535-553) interessarono anche le nostre contrade. Le incertezze storiche che, però, hanno caratterizzato questo periodo sono da attribuire alle conseguenze dell’occupazione del territorio da parte dei Longobardi (571) e alla introduzione di un nuovo sistema di governo fondato su regole estranee alle popolazioni locali. Secondo il longobardo Paolo Diacono, che intorno all’860 descrisse le gesta della propria gente per volontà del duca di Benevento Romualdo, l’Alta Valle del Biferno e le aree pertinenti agli antichi municipi di Isernia e Sepino furono colonizzate da gente proveniente dalla Bulgaria. Fu istituito il gastaldato e lo stesso Diacono individua nel bulgaro Alzecone il primo gastaldo, il cui compito non era tanto legato al beneficio dei privilegi feudali, ma all’ufficio dell’amministrazione territoriale per conto dei duchi longobardi beneventani. Con la conversione dei Longobardi al cristianesimo, si ebbe un periodo di relativa tranquillità, fino al sopraggiungere delle scorrerie saracene, intensificatesi intorno alla metà del IX secolo. Lo scenario descritto dal Chonicon volturnense non si discosta molto dal paesaggio che, all’epoca, caratterizzava il comprensorio di Mirabello. Qui il territorio era costellato da piccoli insediamenti rurali, detti “casalie”, a cui, spesso, erano attribuite denominazioni derivate dal Santo cui era dedicata la chiesa o qualche simulacro in essi presenti, ( i casali di cui ancora oggi sopravvivono i toponimi sono quelli di S. Giorgio, S. Giacomo, S. Andrea, S. Salvatore, S. Paolo). Lo sviluppo di tutta la zona fu condizionato dalla presenza dei monaci benedettini. Secondo la tradizione, infatti, nel 689 il monaco Deuferio, proveniente dal monastero di S. Pietro Avellana fondò, nella località Monteverde, nei pressi dei resti dell’antico insediamento sannitico, denominato “La Rocca”, un cenobio benedettino dedicato a Santa Maria che, divenuto un valido riferimento religioso, culturale ed economico per le popolazioni della zona, nel 1022 per volontà di un nobile benedettino di nome Tertullo, fu trasformato in un vero e proprio monastero retto da un abate. Di esso rimangono i ruderi della sola chiesa, distrutta, poi, dal terremoto del 1805. Il IX sec., quindi, fu il periodo in cui si manifestò l’esigenza di dover difendere il territorio del gastaldato, munendolo di strutture di avvistamento e di difesa dislocate sulle alture dominanti le vie di accesso da dove era possibile penetrare nelle aree interne con maggiore facilità, come i fondovalle. E’ possibile, perciò, ipotizzare che Mirabello nacque come presidio fortificato con funzioni di controllo e di ostacolo per le eventuali incursioni provenienti dalla valle del Tappino. Una struttura così organizzata dava la possibilità alla popolazione che viveva nei “casalia” sparsi sul territorio, di potersi rifugiare in un luogo sicuro in caso di pericolo. Nel giro di pochi anni, alcuni nuclei familiari preferirono utilizzare l’area interna alla cinta muraria come dimora stabile, per cui in essa fu costruito il primo nucleo abitato e, probabilmente, fu costruito un primo edificio religioso. Iniziò, così, anche per Mirabello quel fenomeno che viene definito “incastellamento”. Il passaggio dall’amministrazione longobarda a quella normanna fu caratterizzato dal potenziamento delle strutture difensive e dalla promozione dello sviluppo demografico dei nuovi domini. Il nuovo impulso dato dai Normanni interessò anche il monastero di S. Maria di Monteverde dove, per volontà dell’abate Luzio, nel 1058, fu costruita una chiesa di più ampie dimensioni e furono realizzati ulteriori ambienti a servizio del complesso religioso. Le fasi di crescita del centro abitato di Mirabello avvennero nello spazio di pochissimi anni, tanto che, già nel 1095, esso è menzionato come entità urbana dipendente dalla Contea normanna di Boiano. Un ruolo determinante per l’evoluzione di queste attività lo ebbero, certamente, i monaci benedettini del monastero di S. Maria di Monteverde fra i cui compiti rientravano anche quelli di sperimentare nuovi e più efficaci metodi per lo sfruttamento dei suoli e, quindi, di utilizzare tecnologie più idonee per la trasformazione dei prodotti. La loro azione, però, non fu limitata alla promozione del lavoro della terra, ma venne estesa anche all’incentivazione della cultura attraverso opere artistiche con particolare riguardo all’architettura. E’ noto, infatti, che l’abate Matteo commissionò al maestro Gualtiero la costruzione di una nuova chiesa, terminata nel 1163, attestata in un’iscrizione che era murata a vista sulla facciata principale. L’edificio fu distrutto definitivamente dal terremoto del 1805; i ruderi permettono, comunque, ancora oggi di leggerne l’impianto originari. La presenza benedettina attiva sul territorio è testimoniata da un atto notarile del 1193 con il quale l’abate Ferulfo effettuò la concessione della metà di un mulino, appartenente alla chiesa di S. Salvatore di Mirabello a due abitanti di Ferrazzano. In un secondo atto notarile, redatto nel 1208, si fa menzione ancora di S. Salvatore, di pertinenza dei cavalieri Templari i quali, a loro volta, lo avevano comprato da Raynoldo di Monte Vairano. Il documento è importante perché fa cenno alla presenza nel nostro territorio dell’ordine monastico – cavalleresco dei Templari che aveva una sua precettoria a Boiano. Il tessuto urbano di Mirabello, nel sec. XII, aveva già assunto l’odierna configurazione. Esso era caratterizzato da una cinta muraria, munita di almeno tre porte di accesso, e da una serie di stradine convergenti, in senso ortogonale, verso la dorsale del colle alla cui sommità erano ubicati gli edifici più significativi del centro: quello fortificato, residenza del feudatario,e la chiesa madre. Di quest’ultima non è possibile stabilire con esattezza la data di costruzione. Essa , però, insieme a quella dedicata a S. Giorgio, posta fuori dall’abitato, è menzionata in un documento risalente al 1241, quando Federico II, adducendo come pretesto il funzionamento di una crociata in Terra Santa, ordinò la confisca dei tesori, custoditi nelle chiese più importanti delle diocesi di Boiano, Isernia, Venafro, Trivento e Guardialfiera. A questo scopo aveva delegato il funzionario regio Giovanni Capuano che, con atto del 20 agosto 1241, alla presenza del vescovo di Boiano Joannes, redasse l’inventario dei beni da confiscare appartenenti alle chiese più ricche della diocesi di Boiano: in questo compaiono le chiese di S. Giorgio e S. Maria di Mirabello. Con la supremazia della casa d’Angiò su quella di Svevia fu ripresa con maggiore vigore la politica di ridimensionamento del potere dei signori locali per rafforzare quello regio, attraverso il frazionamento delle contee in più fondi assegnati ai fedeli sostenitori della corona. La contea di Molise perse, così, la sua unità territoriale e fu frazionata in una miriade di feudi, affidati sia alle corti baronali, sia alle istituzioni religiose .Si ritiene, perciò, che il nostro territorio fu distinto in due feudi: quello di Mirabello, affidato intorno al 1279 di Stefano Belcair, e quello di Monteverde alla comunità Benedettina. Nel 1280, invece, è testimoniata per Mirabello, la la baronia della famiglia dei d’Alemagna, di cui, però, sono sconosciute le imprese. Il sistema di gestione del territorio, non più basato sugli obblighi di vassallaggio nei confronti dei conti di Molise, con l’introduzione delle baronie sollecitò l’esigenza di definire con precisione i limiti dei feudi. In questo periodo sorsero le prime dispute per stabilire i confini tra la comunità di Mirabello e quella di Ferrazzano. Di esse si ha notizia fra il 1300 ed il 1307, nel periodo in cui la baronia di Mirabello era affidata a Riccardo del Busso. Nel 1332 si ha riscontro, quale feudatario di Mirabello, di un certo Giovanni d’Arcuccio che dovette affrontare nuovamente il problema relativo alle dispute con il feudatario di Ferrazzano, Nicolò da Boiano, per la definizione dei confini fra le due comunità. Il sec. XIV si conclude con un evento disastroso per tutta la zona; nel 1394, infatti, un terribile terremoto provocò grossi danni agli abitanti della zona. Agli inizi del sec.XV era feudatario di Mirabello Giambattista Monforte, conte di Campobasso. Durante la sua baronia, il 5 dicembre 1456, si verificò l’evento sismico che più di ogni altro ebbe ripercussioni disastrose nella regione. Di esso, per quanto riguarda Mirabello, non ci sono pervenuti dati circa i danni, ma dal confronto con quelli noti per altri comuni della zona, questi furono di grosse proporzioni. Dall’analisi di alcuni toponimi che caratterizzarono l’abitato, sembra possibile avanzare ipotesi sui disastri provocati dal sisma. Di particolare interesse, al riguardo, è la denominazione di “Inforzi” attribuita alla strada che definisce il lato sud del nucleo urbano. Il toponimo deriva dalla fase di riutilizzazione delle antiche mura, parzialmente crollate nell’occasione, per nuove costruzioni che hanno conservato, in alcuni tratti, tracce delle scarpe pertinenti alle antiche strutture di protezione. Il carattere longitudinale degli edifici che qui fanno da cortina, a cui si contrappongono, in senso ortogonale, quelli posti all’interno del nucleo urbano. Della cinta muraria che, invece, doveva esistere sulla strada Fossi, non si riconosce più nessuna traccia. Morto Giambattista Gambatesa Monforte, nel 1456 gli successe la figlia Certa che era andata in moglie a Giambattista del Balzo. Questi, nel 1468, sostenne una disputa con il barone di Ferrazzano Paolo di Molise, per il possesso del bosco denominato “le Valli” per la quale intervenne anche il re Ferdinando con una richiesta di delucidazioni al fine di conciliare le parti. Successore di Giambattista nella baronia di Mirabello, nel 1545, fu Berardino del Balzo e nel 1550, Giulio del Balzo;lo stesso vendette nel 1564, per 9.000 ducati, ad Andronico di Cavaniglia, figlio di Troiano dei conti di Troia ed Ippolita Carafa dei conti di Ariano. Pochi anni dopo, precisamente nel 1569, Mirabello fu venduta a Gianlorenzo de Allegrettis. In questi anni si distinse il sacerdote Giovanni Antonio Biondo che, nel 1596, assurse alla carica di arciprete della cattedrale di Boiano e di vicario generale di monsignor Carlo Carafa, vescovo della diocesi. Di un certo interesse è la documentazione conservata presso l’Archivio di Stato di Foggia per il periodo compreso fra i secc.XVII e XVIII. Essa è relativa ad eventi e personaggi di Mirabello coinvolti, prevalentemente, in episodi legati alla transumanza ed afferisce sia a contenziosi connessi a tale pratica, sia alla quantità delle greggi transumanti.Abbastanza curioso è un episodio avvenuto nel 1622 che vide protagonisti il barone Annibale de Allegrettis ed altri cittadini di Mirabello contro Porzia Galeota, madre e tutrice di Marcantonio Caracciolo, signore della Terra di Cercepiccola, per la restituzione di alcuni somari che erano stati loro sequestrati. Il 5 giugno 1688 un altro terremoto, che per fortuna non produsse vittime, si abbatte su Mirabello. I danni interessarono i soli edifici in quanto la maggioranza della popolazione era ancora a lavoro nei campi. La loro entità è nota perché gli amministratori dell’epoca: Rocco Lonardo, sindaco, Domenico de Fusco, Libero Garzia e Francesco Caiella, eletti, diedero incarico ai “mastri fabbricatori” Giuseppe Brunetto e Matteo Brunetti di Oratino di valutarne le proporzioni e stimare la spesa occorrente per gli interventi di ripristino, con atto del notaio Giuseppe Pizzoferrato della Terra di S. Marco de Casola, ma rogante in Campobasso, datato 18 agosto 1668. Dalla relatio ad limina del vescovo Agnello Rendina, redatta nel 1712, sappiamo che quell’anno Mirabello contava soltanto 750 abitanti, mentre nel suo territorio erano aperte al culto cinque chiese: l’arcipretale dedicata all’Assunta, S. Rocco, SS.ma Annunziata, della famiglia degli Allegrettis, S. Giorgio e S. Maria di Monteverde. Gli ultimi due edifici religiosi, nell’occasione, furono definiti anche come conventi soppressi. Erano fiorenti, inoltre, la confraternita di S. Sebastiano e l’ospedale di S. Nicola. In questo periodo la baronia di Mirabello dagli Allegrettis passò alla famiglia Brancia che, nel 1735, fu insignita del titolo marchesale sul feudo. Intorno al 1750 esso passò alla famiglia Frangipane che lo detenne fino all’eversione della feudalità. Un dato significativo sull’andamento demografico della popolazione è dato al 1780. In quell’anno, infatti, essa era pari a 1.755 abitanti, ben 1.005 unità in più rispetto al 1712. Il dato lascia alcuni dubbi, non fosse altro perché non si ha la notizia di particolari eventi che avrebbero potuto determinare un incremento demografico tanto consistente. Sta di fatto che proprio verso la fine del sec. XVIII, per mancanza di spazi interni, l’abitato incominciò a espandersi all’esterno della cinta muraria, sulla direttrice che conduceva all’ospedale di S. Nicola ed a Campobasso. L’evento che, però, ha segnato con più incisività la storia di Mirabello è stato il terremoto del 26 luglio 1805. Il sisma interessò, con molti lutti e distruzioni, tutti i comuni del Molise tanto che il re Ferdinando IV, incaricò l’avvocato Gabriele Giannoccoli, di una “ rapida visita d’ispezione e di pronti provvedimenti per tutti quei luoghi delle due Provincie del Contado di Molise e di Principato Ultra, nei quali più che altrove si siano sentiti i funesti effetti del flagello divino”. La Terra di Mirabello fu trovata dal Giannoccoli “interamente distrutta”. Gli abitanti erano riparati nelle campagne, sotto “pagliaie di frasche”, molti erano stati feriti e tra essi lo stesso governatore baronale. Il numero presunto dei morti fu di circa 300, la maggior parte dei quali era ancora sotto le rovine. L’incarico di effettuare la perizia dei lavori da eseguire per la ricostruzione fu affidato all’ingegnere Pietro Venditto, mentre la loro esecuzione fu affidata al governatore, agli amministratori e al parroco del posto. Gli edifici pubblici maggiormente danneggiati furono le chiese. L’arcipretale, dedicata a S. Maria Assunta, fu prontamente ricostruita a cura dell’Università di Mirabello, quella dell’Annunziata fu restaurata dai Frangipane, suoi proprietari e delle altre non ci sono notizie. Solo nel 1850 la chiesa di S. Rocco, sede della confraternita del SS.mo Rosario, fu oggetto di interventi di consolidamento a cura di un privato cittadino Vincenzo Di Lalla. Nel 1876 per la chiesa Madre fu necessario effettuare ulteriori lavori con il contributo dello Stato, che ne trasformarono i caratteri originari attribuendole quelli a tutt’oggi esistenti. Amministrativamente, nel 1799 il comune è compreso nel Dipartimento del Sangro e del Cantone di Riccia. Nel 1807 fa parte del Distretto di Campobasso e viene elevato a Capoluogo di Governo avente alle dipendenze i comuni di Ferrazzano e Vinchiaturo.Nel nuovo assetto territoriale con il R.D. 4 maggio 1811, il comune fa parte del circondario, poi mandamento, di Campobasso. Durante il periodo preunitario, Mirabello vive le vicende storiche ed amministrative di tutti gli altri comuni della Provincia di Contado Molise; nel periodo postunitario la sua storia è connotata, invece, soprattutto alla fine del sec. XIX, da una imponente emigrazione. Nel 1863, con R.D. 22 gennaio 1863, all’antica denominazione fu aggiunta la specificazione “Sannitico”, in conformità al deliberato 24 agosto 1862 del Consiglio Comunale, con il quale si volle differenziare il comune da Mirabello Eclano (Avellino ), Mirabello Impeccari ( Catania ), Mirabello ( Ferrara ) e Mirabello Monferrato (Alessandria ). Il comune dà un notevole contributo umano, alla prima guerra mondiale (1915-1918 ), come si desume dalla lapide murata nel prospetto del Municipio. La salita al potere del fascismo provoca cambiamenti amministrativi e politici di rilievo: è da ricordare, ad esempio, l’aggregazione di Mirabello, Ferrazzano e Oratino a Campobasso, disposta con R.D. n. 822 del 1928. Soltanto a seguito del Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 29 marzo 1947, il comune riacquista la sua autonomia amministrativa. Con delibera del Consiglio Comunale n. 13 del 22. 6. 1991, è stato adottato lo Stemma del comune che ha per simbolo tre frecce impugnate con punte all’insù su campo azzurro; delle frecce, intrecciate con nastro tricolore, una è verticale e due sono posizionate a croce. Il Gonfalone, in drappo giallo, è caricato dello Stemma che, nella metà inferiore, è circondato da un ramo d’alloro e da uno di quercia; una corona muraria sovrasta lo Stemma e, posizionata in alto, si legge la scritta “Comune di Mirabello Sannitico”.